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- 2025 - Lettera ad un’anima bella
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- 2024 - Lettera di elogio alla Vecchiezza
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- 2022 - Una Regina e un Re
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- 2020 - L’Arte di Riparare
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- 2026 - Lettera a Fratello San Francesco
Lettera a Fratello San Francesco
Storie di S. Francesco: la predica agli uccelli, Giotto, 1266-1336, Assisi © 2026 Getty
Solomeo, 6 gennaio 2026
Caro Fratello San Francesco,
ti scrivo questa lettera, a distanza di secoli, ispirato da un sogno a lungo desiderato, per dialogare con te.
Ti scrivo in una sera lieta, con il profumo della legna che arde sui quieti focolari e si effonde per i vicoli del mio borgo dello spirito, non lontano dalla tua amata Assisi: Solomeo, borgo del quale forse avrai sentito parlare, tu che sei stato un grande camminatore sempre attento a ciò che circondava il tuo cammino. Se i monaci erano comandati di stare entro le mura dei loro monasteri, tu invece hai inventato la fratellanza e i frati, che significano comunità e circolazione. Ho letto i tuoi fioretti, e so che cercavi il frutto spirituale dove erano radunate molte persone, in mezzo alla gente, come quella volta, al castello di Montefeltro, dove fosti attratto da una moltitudine colorata e musicale che festeggiava la nuova cavalleria di cui era stato insignito uno dei Conti di quella famiglia.
Cercavi la solitudine solo per lo stretto tempo della preghiera e della meditazione, ma poi tornavi per le strade, accompagnato dai tuoi frati, a visitare città e borghi, che proprio al tuo tempo si erano appena liberati del dominio feudale, i liberi Comuni la cui “plebe” si era emancipata, e forse troppo in fretta si era dedicata agli affari terreni. Anche se nessuno lo poteva immaginare, nasceva allora il capitalismo, si concorreva per il lavoro, si correva per questo, dimenticando che esiste in noi un’anima bisognosa di misura. Ad Assisi avevi visto fare lo stesso a tuo padre Pietro Bernardone, con le balle di lana, che non dovevano essere molto diverse da quelle di cashmere con le quali ho a che fare anche io. Conoscevi la natura dello spirito mercantile, ma eri desideroso di altro, avevi un’imprevedibile inventiva, e immaginavi allegre feste, per le quali fosti nominato “principe della gioventù”.
Una parola che lasciava un altro indifferente, a te bastava per creare una realtà nuova, come quella volta che in una piccola pieve di campagna sentisti dalla parola del Vangelo che non bisognava avere oro, non borse, non due vesti ma una sola, non scarpe. Giotto ha dipinto con commozione e arte suprema il momento in cui mettesti in pratica le parole del Vangelo e rimanesti con una tunica che, al posto della cintura, ti stringesti addosso con una corda di canapa; e penso che quella corda, alla quale non era possibile appendere nessun oggetto, è stata una trovata geniale, che diceva molto delle tue intenzioni. Non credo che tu abbia fatto questo contro tuo padre, ma piuttosto per avere una vita così leggera da permetterti di sperimentare più liberamente la tua grande idea. Tu non hai mai dato vita a conflitti, nemmeno quando hai parlato a imperatori, papi e sultani; ma hai sempre tenuto fede al tuo cuore. Eri perfettamente libero, e lo hai dimostrato con esempi pratici, nei quali mettevi in mostra la tua mercanzia spirituale; proprio come Pericle, non criticavi gli altri, ma dicevi: «io faccio così». Mi è sempre piaciuto il fatto che consideravi i servi di Dio come dei giullari, e per questo tu stesso fosti chiamato il "Giullare di Dio". Il giullare, mi sembra, è uno che ha l’anima leggera, una ricchezza perpetua e feconda. E in giro per i borghi, forse, chissà, mi piace immaginare, anche a Solomeo, andavi rappresentando il Vangelo sul momento, direttamente, con scene vive, dove capitava, proprio come aveva fatto Gesù. Quanta fantasia nella tua opera! Quale invenzione fu il presepe, che da solo raccontava la favola del bambino figlio di Dio venuto a salvare il mondo più di tante parole.
Ti sto scrivendo in un periodo in cui è ancor vivo il ricordo delle recenti festività natalizie e oggi è l’Epifania, e mi piace pensare che il Natale sia la più francescana delle feste. Una volta dicesti che potendo parlare a cospetto dell’imperatore gli avresti chiesto di far spargere per le strade orzo e grano, per nutrire gli uccelli e fare del Natale una festa anche per loro.
Fratello Francesco, ottocento anni fa hai parlato per primo della morte come sorella, e ancora per primo hai messo in pratica un contratto sociale con il Creato, un patto di cui oggi abbiamo tanto bisogno, e che con le mie deboli forze tento di rinnovare, discutendolo con le anime belle del mio tempo, come facesti tu, un vero genio delle relazioni fra le persone umane. In questi giorni così intensamente spirituali confido che vorrai ascoltarmi, e dal luogo infinitamente beato ove ti trovi, insegnare agli uomini una strada nuova e antica allo stesso momento, perché rispetto ai tuoi tempi le forme sono cambiate, e molto con la tecnologia, ma l’anima è ancora quella, magari a volte un poco stordita da un rumore di fondo troppo insistente, e sbiadita per un certo male che l’affligge, specialmente i giovani, più esposti alla leggerezza dell’essere, giovani che sono il sale del futuro; tu sai come fare per dare a questa umanità le indicazioni per un domani rispettoso del Creato, un domani vissuto con il tuo coraggio, la tua fantasia e la tua allegria. Di questo con venerazione ti chiedo, firmando questa lettera che affido al cielo.