La Famiglia

Stiamo attraversando un momento speciale. È quasi come veder tornare il grande valore della famiglia, dell’impresa. La famiglia come custode degli ideali. È bello sentire che un’impresa ha raggiunto la sesta generazione: così diceva mio nonno, così diceva mio padre. È il valore della custodia e il valore del cambio generazionale.

È il valore della famiglia stessa, che difende le persone da quella che è la più grande povertà che l’uomo possa sperimentare: la solitudine. All’interno della famiglia convivono, secondo natura, sussidiarietà e solidarietà. Infatti in essa ognuno ha un ruolo proprio, ma è in grado di sostituirsi a quello di qualsiasi altro famigliare che si trovi momentaneamente in leggera difficoltà; ognuno è vicino ad ogni altro membro della famiglia nei periodi di dolore, che fanno parte anch’essi della vita. È per questo che nella famiglia tutti superano le difficoltà con serenità e senza traumi.

E penso che proprio nel prezioso scrigno della famiglia la persona possa ricevere l’impronta stabile dei sani principi dell’educazione, perché l’educazione non è solo forma, io la intendo come formazione completa della persona.

Sono particolarmente contento che le mie figlie siano entrate in questo lavoro e che a loro piaccia; sono contento perché ogni padre è felice quando il figlio prosegue sulla sua strada, anche se spesso questo non accade, perché l’impresa non si eredita: si eredita la proprietà, non la capacità di fare impresa. Apprezzo quindi che intanto loro abbiano scelto questo mio lavoro. Per tante ragioni, e per prima perché abitiamo in un borgo. Questo aspetto è centrale.

Brunello Carolina e Camilla

Spesso penso a quello che, tra le altre cose, apprezzo di Camilla e Carolina; il loro amore per l’umanità, per la custodia del creato, per il giusto profitto, per tutti questi ideali, perché credo che li abbiano costruiti personalmente, anche se spero di essere stato, almeno in parte, di esempio. Sostenere magari qualcuno che ha necessità, sentirsi custodi del creato a tutto tondo; questo è il loro bello.

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E quando si decide di donare qualcosa all’umanità mi accorgo che le mie figlie sentono queste cose con sincerità, come necessarie, e tutto questo vivendo in un borgo, facendo la vita del borgo. Per questo quando si sono sposate hanno scelto di volgere al bene pubblico i loro doni matrimoniali; hanno scelto di fare qualcosa per abbellire i luoghi dell’uomo, e anche questo significa custodire il creato.

Camilla e Carolina amano con sincerità il borgo di Solomeo dove sono nate, e sono contento, anche quando rilasciano delle interviste, di sentire dalle loro parole che credono in certi valori. Non avere ideali rende tutto un po’ più difficile.

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Spero che l’impresa viva per secoli, ma so che in realtà non sarà così, perché tutto cambia; però questo è il progetto a lungo termine, e sapere che loro possono essere, come credo, custodi di questa cultura d’impresa, mi conforta. Ho stima delle mie figlie, e in tale sentimento vi sono due aspetti: uno che riguarda l’impresa e un altro che riguarda la vita. Sono giovani, ed essere obbiettivi sotto il profilo imprenditoriale non è facilissimo per un padre; non c’è troppa razionalità nel giudicare i propri figli. Del resto, a parte la mia stima, sta agli altri giudicare. Anch’io, entro i limiti del possibile, cerco di farmi un’idea, però ad oggi posso garantire per le mie figlie solo sotto il profilo umano, e tuttavia questo mi piace moltissimo.

Se è vero che l’essere umano a vent’anni ha costruito il suo pensiero, avendone loro trentasei e ventotto, ormai il loro modo di pensare, di vedere il mondo e il futuro, i rapporti con gli altri, si vede con chiarezza, specie vivendo in un borgo. Le loro amicizie son quelle d’infanzia, come è successo per me; anche i miei amici sono quelli di quando avevo quindici anni; gli amici veri sono quelli, persone che incontri ogni giorno.

Torno ad immaginare che l’essere umano abbia, debba avere tre grandi ideali: la bella politica, la bella famiglia, la religione o spiritualità. In questo la famiglia è qualcosa di molto forte. Ti trasmette l’amore per il futuro, per la custodia.

Quando lasciano le nipotine a dormire a casa da me, e me le affidano, io a volte parlo loro, anche se magari dormono, e dico: «siate brave bambine, che il creato vi protegga, fate del bene, aiutate coloro che sono in difficoltà». Poi arriva mia moglie e mi dice: «ma con chi parli?», «Parlo con loro», e mi prende un po’ per matto. Ma io credo invece che le nipotine, in qualche modo, ascoltino la mia voce.

Vedo in quelle bambine l’umanità che cresce; mi domando: «se Dio le aiuta, come saranno nel 2080, quando avranno magari ottantacinque, novanta anni»? Ecco, il senso della custodia nasce proprio all’interno della famiglia. Vengo da una famiglia dove eravamo in tredici, e non ho mai visto i genitori litigare; ma secondo me non è perché non hanno mai litigato. È perché magari le discussioni le facevano di notte, tra loro, senza coinvolgere gli altri. Il giorno a tavola eravamo numerosi, e allora per un po’ si poteva tenere il broncio, magari per un giorno, ma non si poteva seguitare a stare muti per una, due settimane.

Oggi è diverso. Spesso in casa si è soli; se non ci sono i figli, i mutismi potrebbero durare a lungo, e tutto si potrebbe logorare con più facilità. Invece da noi, quando mamma e papà avevano il broncio, allora lo zio, il nonno, dicevano: «ma via, fate la pace»; e loro: «sì, facciamo pace, facciamo pace». Così, tutto accadeva, per il bene, con semplicità umanissima.

Poi le mie figlie si sono sposate. Sono contento dei due generi, anch’essi entrati nell’impresa; è chiaro che nel merito sono sufficientemente rigoroso, ma al tempo stesso, come insegna San Benedetto, amabile. Ognuno deve godere di pari opportunità, e mi piacerebbe essere nel giusto pensando che anche nei riguardi di chi mi è più caro seguo la strada delle cose giuste e di buon senso.

Targa Marco Aurelio

Non si capirà il vero senso della famiglia se non viene intesa come un luogo di rispetto e di reciproca accettazione. Sono convinto che nella famiglia non esistano doveri che non siano quelli che vengono dal cuore. E se è vero che la famiglia è il nucleo della società, è proprio qui che nasce quella società sana che fece grande la Grecia classica.

Mi piacerebbe che questo scritto significasse per chi legge come un piccolo saggio sul grande valore della famiglia. L’unica cosa che mio padre mi diceva sempre - parlava molto poco – era: «sii una persona per bene. Sii un brav’uomo». Ed è la stessa, identica cosa che mi diceva quando avevo dieci o quindici anni. Non è straordinario? Quindi da lui ho ereditato un grande valore, quello di provare ad essere una persona per bene. «Guai a te se non rispetti la parola data». Questo è il grande tema della mia vita. Se non puoi rispettare la parola devi dire perché, devi rendere conto, spiegare le ragioni. E valeva lo stesso per i miei due fratelli. Anche loro sono bravi artigiani. Siamo una famiglia normale; volevo una famiglia normale, dove però i grandi ideali fossero forti.

Brunello con il padre

Brunello Cucinelli con suo padre

E adesso, con le mie due amatissime nipotine, io provo un po’ lo stesso sentimento quasi di eternità.

Confucio raccontava di sé: «a quarant’anni ho trovato il mio equilibrio, a cinquant’anni ho risolto la mia disputa con il Cielo». Questo a me è accaduto a sessant’anni. Dopo la nascita della prima nipotina Vittoria, ho ricominciato a pensare alla stessa domanda che mi facevo da quarant’anni: «ma l’anima è immortale o mortale?». Infine, mi sono convinto che l’anima è immortale, e non cambio più idea. Quando chiacchiero con Vittoria, la prima nipotina, vedo in lei il futuro del mondo, e immagino i figli che verranno, i suoi nipoti, vedo il progredire dell’umanità. Ecco perché, a volte, mi soffermo a pregare per lei affinché il creato le sia amabile, e perché lei a sua volta non crei danno al creato, ma ne sia fedele custode.

Muse

Mia moglie Federica è stata per me un grande aiuto specialmente in gioventù, quando eravamo fidanzati; avevo tanti sogni vivaci, ma un po’ strampalati, e lei mi riportava sempre con i piedi per terra. Ancora oggi scherzando le dico sempre: «certo che tu sei proprio una discepola di Schopenhauer». Lei ha un carattere diverso da me, quello che noi chiameremmo leggermente pessimista. Ma questa sua leggera aria pessimista e un po’ cartesiana, un po’ più matematica, un po’ meno fiduciosa dell’umanità, mi è di prezioso aiuto ancor oggi. Ho una fiducia smisurata verso l’umanità perché sono amante della storia, e quindi penso che il mondo, nella sua sostanza spirituale, non cambi mai; l’uomo di duemila anni fa provava gioia simile e lo stesso dolore che proviamo oggi noi. I pensatori di oggi scoprono con la ragione verità che i grandi del passato avevano già conosciuto con l’intuito. I sentimenti umani non cambiano né con la storia né con il colore della pelle. E la famiglia è di tutto questo un grande simbolo, un grande valore centrale, dove non si è mai soli.

Non voglio dire che ho paura della solitudine, anzi a volte mi piace star da solo. Scherzando dicevo con il mio amico monaco benedettino Padre Cassian che volevo fare il monaco part-time ma, ahimè, non si può fare.

Stare soli è un valore solo se è limitato nel tempo, ma non ha senso al di fuori della propria famiglia e della società. Oggi la famiglia, come fondamento della società, ha perso un po’ la sua posizione centrale antica. Ma dobbiamo ripartire proprio da lì, dal presupposto della composizione della famiglia. Ripeto. Noi in famiglia eravamo tredici persone, e quattordici nella famiglia vicina, che abitava in un un’altra ala del medesimo edificio. È chiaro che eravamo una comunità. Mio nonno è morto in casa con noi, come anche mia nonna, quindi hanno sempre avuto vicino i nipotini, i figli, le nuore. Credo che sia un altro tipo di vita. Oggi, la famiglia solitamente è costituita, almeno qui al nostro paese, da due o tre persone. Un nucleo familiare piccolo, rispetto al passato. Quindi c’è tanta gente che rimarrà sola, perché poi, quando si va avanti con l’età, qualcuno andrà via per sempre, e qualcun altro rimarrà in una solitudine piena di malinconia. Qui a Solomeo la sera incontro molti uomini e donne soli, perché sono morti i loro compagni, le loro mogli o i loro mariti, eppure si vede che non sono del tutto soli, sorridono, perché intorno a loro si stringe il borgo.

Nel mondo contemporaneo la famiglia conserva un significato altissimo, e mi piace, ad esempio, pensare a Camilla e a Carolina, con i loro amici, che hanno tutti di media due bambini; sono otto coppie, ciascuna con due figli. Lo trovo commovente, perché così cominciano ad essere belle famiglie. E magari, un giorno, la nonna e il nonno si troveranno ad abitare con loro, e la famiglia crescerà ancora, diventerà di quattro-cinque persone.

Il borgo è come una grande famiglia che non ti abbandona. Ho vissuto e mi sono formato in tale cultura, ed è da questa che ho tratto il significato del valore umano. Si tratta di una vita molto speciale. Qui non c’è, o c’è meno povertà spirituale e meno povertà economica, perché chi ha bisogno viene aiutato.

Mi piace quando alcuni investitori mi dicono: «È bello che dietro di lei ci sia la sua famiglia». Vorrei far capire al mondo che la mia idea è che l’impresa viva cento, duecento anni in questo borgo, che la famiglia creda nell’impresa, e che si rimanga custodi del creato. Tutto ciò che ho fatto è per me come la realizzazione di un sogno.

La famiglia, infine, è un concetto estensivo. Sono convinto che addirittura la possibilità di svilupparsi, da parte delle genti del mondo, dipenda in gran parte dal sentimento, dalla consapevolezza di sentirsi come un’unica grande famiglia. Solo così, sulla base dei grandi valori della giustizia e del rispetto della dignità, il radioso futuro che ci attende potrà essere a portata di mano per tutto il genere umano.

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