Letter to my soul


Lettera al padre

Solomeo, 27 Maggio 2022

Ho capito, con il tempo, quando le antiche cose divengono dorate e le nuove ci coinvolgono così da vicino che a volte quasi non ci lasciano respirare, il significato della parola e della figura del “padre”.

Per me negli anni della giovinezza, mio padre è stato l’uomo silenzioso, sobrio, coraggioso e mite, che mentre conduceva la sua vita quotidiana nel ruolo della piccola società agricola famigliare, era in realtà, anche se ancora non me ne rendevo conto, la mia guida sicura e il mio costante riferimento.

Non lo sapevo, ma in quegli anni durante i quali andavo formando il mio avvenire ogni più saldo concetto di azione verso la famiglia, verso il Creato e verso le persone si stava lentamente plasmando e attingeva le ragioni più profonde proprio da quest’uomo.

È stato sempre coraggioso e silenzioso l’atteggiamento di mio padre Umberto verso il dolore, e penso al suo rapporto con la guerra che aveva combattuto, della quale non parlava mai, non di sangue, non di morte, però ricordava gli episodi umani, quelli che possono nascere anche nei momenti più difficili, come quando, per la grande sete, privo di qualsiasi sostentamento, insieme ad altri commilitoni, fu costretto a bere l’acqua di una pozzanghera nella quale avevano orinato i cavalli; e solo raramente, per un vecchio dolore alla spalla, gli tornavano alla mente le pesanti bombe che aveva trasportato sulla schiena per tante e tante volte. Le bombe, ne aveva sentite tante esplodere, ma non ne aveva viste, come non aveva visto il sangue e le ferite, e le morti, o almeno così gli faceva piacere che fosse.

Gli insegnamenti più importanti per la mia educazione e per la futura visione del mondo avvennero nel periodo più bello, quello della vita da contadini. Tornando indietro, a quel tempo che oggi mi appare incantato, quei cieli infinitamente alti e infinitamente azzurri dove le nuvole sempre allegre si rincorrevano in mille forme da una parte all’altra dell’orizzonte sopra i monti nereggianti di boschi e i prati smaltati di fiori, oggi mi viene da pensare che mio padre era così forte perché in lui riecheggiavano le leggi della natura: la natura lo aveva formato e nutrito. È vero che, secondo i costumi del tempo, mio padre non aveva l’abitudine di prendermi in braccio o di accarezzarmi, né si occupava delle mie vicende scolastiche; per queste cose vi era la mamma, e quante volte, la sera, stanca dei tanti lavori, rigovernata la cucina dopo cena, lei si dedicava con premuroso affetto a me, al mio studio: che ricordo bello quello dei Nibelunghi, l’opera che dovevo mandare a memoria e che lei pazientemente leggendo e rileggendo mi ripeteva, e nella mia fantasia, diventata sublime per la stanchezza e per il fuoco del camino, mi sembrava di essere uno di quegli eroi! Erano questi i ruoli, l’affetto materno da un lato, la saggezza paterna dall’altro, fatta di esperienza e di praticità.

Letter to my father

In questa vita campagnola, ormai così distante, imparai da mio padre il valore e il significato della precisione, il primo grande insegnamento in ordine di tempo, una precisione che portava al buon risultato e che generava bellezza. Quando era il tempo dell’aratura a me spettava di guidare i buoi; non era facile tenerli sempre all’interno del solco diritto, ma nella maggior parte delle volte ci riuscivo, e sempre mio padre apprezzava questo mio lavoro complimentandosi per la mia destrezza. E se gli chiedevo perché i solchi dovevano venir diritti, mi rispondeva: «perché così sono più belli!». Non ho mai dimenticato questo stare insieme, le cose che l’esperienza dimostrava vere anche se la ragione non sapeva spiegarle, come vedo ancora oggi in ogni cosa che faccio.

Un secondo insegnamento che ricevetti in dono da mio padre è quello del valore della vita umana, quando si tenta l’impossibile per salvarla; e ricordo una cavalcata notturna, una corsa a perdifiato fino alla lontana farmacia per avere una medicina che arrivò in tempo, ma invano, e non servì a salvare la giovane esistenza di un bambino. Quella sera la luna sembrava che da un pezzo fosse rimasta di guardia in attesa proprio di questo; la notte era fresca e immutabilmente luminosa, e come questa quiete contrastava con il dolore vissuto da tutta la mia famiglia! Quella sua cavalcata piena di speranza fu l’immagine di un eroe senza paura, disse che era la cavalcata della sua vita, e oggi per me è il simbolo dell’amore per le persone, un amore che non conosce ostacoli, non ha dubbi su come agire e sa sfidare l’impossibile per salvare una vita umana. E ricordo sempre mio padre ben diritto sul nostro, unico, bellissimo cavallo: mi sembrava un gigante visto così dal basso, e il muso del cavallo che si abbassava per fiutarmi!

La periferia di Perugia, dove ci trasferimmo successivamente, fu il luogo di un altro grande insegnamento, quello del rispetto della dignità umana, e anche questa volta venne dalle azioni e non dalla parola, dall’esempio e non dal comando. Furono in particolare gli occhi lucidi di mio padre a trasmettermi e scrivere profondamente nel mio animo questo terzo insegnamento; fu il modo con il quale egli reagì all’offesa ingiusta che gli era stata fatta sul lavoro. Erano gli anni in cui tanti contadini, e noi fra quelli, lasciavano la campagna per la città sognando un futuro migliore. E divenimmo anche noi cittadini, con tanti motivi di un nuovo benessere, e tanti motivi anche di un benessere perduto, quello della vita libera all’aria aperta, in colloquio continuo con la natura, sobria ma sempre generosa, senza eccessi ma anche senza privazioni, perché anche se non avevamo la luce elettrica il desinare non mancava mai, e nella sua semplicità era il migliore della mia vita. La dignità con la quale mio padre subì le offese era pari a quella di ogni persona umana, quella che dobbiamo rispettare in ogni nostro simile, senza alcuna differenza. Quando vissi tale esperienza ne soffrii silenziosamente, ma con il tempo quel dolore, come ricorda Sant’Agostino, mi fu maestro, e mi insegnò il grande segreto di cercare di essere sempre giusti, moderati e rispettosi della persona umana.

Letter to my father

Negli anni dell’anzianità il rapporto con mio padre cominciò a divenire lentamente diverso, i ruoli si modificavano, così quando venne il momento della mia scelta di lavoro, e gli raccontai che avevo deciso di intraprendere la carriera di piccolo artigiano del cashmere, «Non so cosa sia il cashmere e non so cosa siano i pullover – mi disse con semplicità severa – ma ricordati sempre di essere una persona per bene: che Dio ti benedica e ti protegga».

John Ruskin ha saputo esprimere con poesia il significato di un padre verso un figlio, un valore che sta nella parola e nel gesto: «i nostri padri ci hanno detto». La sua parola, la parola di mio padre che iniziò a fluire con la sua anzianità, l’ho cercata sempre fino ai suoi ultimi giorni, parlando, ascoltando i racconti, tenendolo per mano, ed infine è venuta meno con la sua morte, lasciandomi per la prima volta solo, perché dinanzi alla scomparsa dei genitori si è sempre indifesi.

Il giorno che morì mio padre tutto era come ogni altro giorno; ciascuno era occupato nelle proprie faccende, e la stessa natura, che lo aveva accompagnato per tutti i suoi lunghi anni, non sapeva che presto lo avrebbe ricevuto tra le sue materne braccia. Se ne andò in silenzio, mentre lo tenevo per mano, e pensai allora che se adesso qualcosa finiva poteva nascere un nuovo modo di stare insieme, un dialogo spirituale come quello che da tanti anni ormai ho con mia madre, morta diversi anni prima. E gli scrissi così una lettera:

«Caro Babbo, oggi ci hai lasciato. Hai scelto una dolce giornata di Aprile, a poca distanza dalla prossima Pasqua e appena compiuti i tuoi cento anni di esperienza terrena.

Sembra quasi che tu abbia voluto lenire il dolore della dipartita del tuo essere fisico aspettando il momento quando gli animi sono più leggeri, ora che sono tornate le rondini e in tutta la campagna da te amata germoglia una vita nuova.

Ti sono vicino, qui, ora, accanto al tuo letto, e dialogo silenziosamente con te allo stesso modo di come feci anni fa con la cara mamma, a ricordare, a pensare alla tua nuova vita spirituale, giacché per noi cristiani la morte è il Dies Natalis, il giorno in cui rinasciamo a cospetto del Signore.

Tutti gli anni dell’infanzia, da contadini, quelli del tuo duraturo coraggio silenzioso, della tua forza, del tuo amore per tutti noi, eri sempre con me; le tue lodi, così importanti, come quando riuscivo a tenere i buoi nella linea diritta dei solchi; poi il tempo del trasferimento in Città, con tante cose nuove e tante cose perse, cose belle ma anche cose dolorose come il dolore delle offese da te ricevute ingiustamente, che lessi nei tuoi occhi lucidi e che mai dimenticherò, perché quello sguardo è diventato guida della mia vita. Infine gli anni belli nella nostra amata Solomeo, e ogni singolo giorno, uscendo di casa, un incontro con te, anche di pochi minuti, ma sempre, per qualche tuo incoraggiamento, fonte di coraggio e speranza.

Caro Babbo, la tua umana saggezza mi è sempre stata vicina: in ogni momento hai saputo donarmi con premurosa cura le parole adatte per le cose che dovevo imparare, così attento a quanto mi accadeva, perché per te, anche da adulto, come qualsiasi figlio per qualsiasi genitore amoroso, rimanevo sempre un poco bambino bisognoso di guida. E guida preziosissima è stato, nel tempo, il tuo esempio di vita prudente e realista, fiducioso negli uomini e nella immensa generosità del Creato.

Non ora, che la tua voce si è spenta, ma sempre, nel corso degli anni, ho affidato le mie scelte di marito, di padre e di imprenditore alla tua saggezza. Se io con la mia nascita ti donai la gioia della vita, tu oggi, con la fine della tua, mi doni il mistero della morte. Da oggi tu e io continueremo a parlare in maniera nuova, non più qui, magari tra il grano dorato, o sotto le stelle, e ne sceglierò una tra le più brillanti, e quella stella sarai tu per me».

Brunello Cucinelli
Letter to my father

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